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ITER AQUILEIENSE - Cammino Celeste -
6. Alternativa al Gran Monte
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Se qualcuno volesse evitare in modo assoluto il valicamento del Gran Monte, il modo c’è, anche se con un aggravio in lunghezza di oltre 7 chilometri (ma di quasi nulla se era stato deciso di andare a dormire comunque a Pian dei Ciclamini), corrispondente più o meno alla porzione in più di strada asfaltata da percorrere.
La prima parte della tappa, fino a Monteaperta, è uguale a quella primaria, che per comodità si ripete. Si esce da Montemaggiore per il sentiero 742: passati davanti alla chiesa, si prosegue sull’asfalto, uscendo poi a destra in corrispondenza del primo tornante (1). Questo inizia come strada in ghiaia con tratti cementati; dopo 400 metri il sentiero si diparte dalla strada, ben segnalato, sulla sinistra (2).
Poco dopo essere usciti dal bosco, in corrispondenza dell’attraversamento di un ghiaione, c’è un bivio (3): andando a destra (cioè diritti) si potrebbe proseguire sul 742 verso la cresta del Gran Monte per la via più difficile; piegando secco a sinistra, invece, si prende il sentiero che porta a Cornappo. Quest’ultimo sentiero è segnato, anche se non troppo, e in meno di venti minuti porta ad una piccola sella (4); subito dopo c’è un incrocio: tenersi sul tracciato di sinistra, segnato, e in breve si arriva ad una radura su una sella appena più bassa (sella Žaulaca) (5).
Volendo, c’è anche un sentiero (lungo circa 1 km) che sale direttamente da Montemaggiore alla sella Žaulaca. Per prendere tale sentiero si entra a sinistra tra le case poco a monte della trattoria, e ancora a sinistra dopo poche decine di metri. In cima alla salita c’è una scalinata che porta ad una strada superiore (a); si percorre anche questa in salita, compresa la curva finale a destra; dove finisce l’asfalto, a fianco di una staccionata (b), parte un sentierino. Fatti due metri (non di più!) c’è una traccia che si arrampica a sinistra sul prato verso una cabina dell’acquedotto: è proprio quella che bisogna prendere. Il sentiero è brutto (in generale, non solo all’inizio), e in parte bisogna condividerlo con dei rivoli d’acqua, con il fango e con uno spesso strato di foglie, cosa che non rende certo agevole il cammino. Il sentiero termina al punto (5).
Dalla sella si può scendere a Cornappo in due modi: per la strada forestale o per un sentiero segnato (ma non CAI) che taglia alcuni tratti della forestale, e il cui primo tratto inizia proprio alla sella, subito a destra della forestale.
La forestale, inizialmente piuttosto erbosa, ha un fondo vario: in parte sterrato, in parte in cemento molto grezzo e in parte in cemento con ciottolato molto grosso. L’ultimo pezzo è asfaltato. La durezza di molti tratti del fondo della strada forestale e il risparmio di quasi un chilometro e mezzo fanno propendere decisamente per il sentiero. Questo sentiero, marcato quanto basta e facile da seguire, è comodissimo nel primo tratto, tranne il ritorno sulla strada (6), piuttosto ripido. Il secondo tratto inizia alla fine del successivo tornante, subito dopo uno spiazzo al cui ingresso sono piazzati due pietroni di roccia conglomeratica (7). L’ingresso è caratterizzato da una traccia asfaltata che si infila tra i cespugli. All’inizio questo tratto non è bellissimo, anche per un po’ di erba alta; poi, nel bosco, diventa molto meglio. Sbucati sulla forestale (8), si prosegue per un altro chilometro fino a Cornappo (9), dopo essere passati per la borgata di Tanaiauarie.
A Cornappo c’è la trattoria, e anche la possibilità di fare un po’ di spesa. Per proseguire, al bivio di fronte alla trattoria (9) si prende la strada per Monteaperta (quella alta, segnalata dal cartello stradale). In due km si arriva alla base di questo paese (10). All’incrocio si va a destra e si sale.
Cento metri dopo la chiesa, all’incrocio con un’altra strada del paese (11), sulla muraglia di fronte si vede il segnale che indica il sentiero 711, via primaria per il Cammino Celeste. Nella presente variante, invece di incamminarsi a destra per il sentiero 711 si continua lungo la strada in direzione di Lusevera.
Visitandum est Dopo circa 800 metri, appena fuori del paese, sul pendio della montagna, sulla destra, appare una chiesa: è quella della SS. Trinità (23).
Vi si accede per una breve stradina che inizia dietro una curva a destra (22). Dalla chiesa, ancora 200 di strada bianca (che inizia con un breve tratto di salita giusto dietro alla fontana) e si può raggiungere il luogo (24) dove si dice che nel 1241 sia apparsa la Madonna, che come segno lasciò l’impronta del proprio piede su una grossa roccia, impronta ancora oggi chiaramente visibile.
Naturalmente, prima di partire in quarta cercate di trovare le chiavi della chiesa.
Fatta la visita, si riprende la strada e si continua verso Lusevera; al bivio per Villanova Grotte (25) si va a destra. Dopo altri 400 metri si trova sulla destra l’attacco del sentiero B (26); attenti, non è visibilissimo; una volta sopra, però, la via, da prendere a sinistra, è larga e ben marcata, e rapidamente porta al paese di Micottis (27). Sbucati sull’asfalto, si scende a destra fino ad arrivare su un’altra strada (28); giusto di fronte scende una scalinata, la si prende e, arrivati sulla strada sottostante (29), se ne imbocca un’altra, sempre andando diritti; questo tratto sbuca su una ulteriore stradina (30); si attraversa ancora e si scende, si supera il ponte sul locale torrente e si procede fino a tornare nuovamente sulla strada “grande” (31).
Si va brevemente a destra e quindi si esce a sinistra (32) riprendendo il percorso segnalato “(B)” (che qui coincide con quello “(A)”), in quel punto sotto forma di sterrata; pochi metri e il sentiero lascia la sterrata, scendendo nel bosco a sinistra (33). In fondo, usciti dal bosco, il sentiero si fa stradina, quindi (34) ne incontra una migliore, da prendere a sinistra, che supera il Torre e termina sulla regionale 646 (35), nel paese di Pradielis.
Si va a destra, per la regionale, e la si percorre per qualche chilometro. Attenzione: a parte il primo tratto la strada è stretta e tutta curve, e praticamente non c’è banchina, ma non c’è sensata alternativa. La mia raccomandazione è di camminare sul lato destro della carreggiata (in barba al codice della strada), perché su quel lato un po’ di margine di fuga c’è, mentre dall’altra parte c’è il burrone. E se si è in tanti, ovviamente, procedere in fila indiana.
Dapprima si incontra un nuovo ponte sul Torre, in corrispondenza del quale la strada fa due tornanti, il secondo dei quali è tagliabile per una evidente scorciatoia (37). Cinquecento metri più avanti (38) si incontra una mulattiera che sale sulla destra. Questa sarebbe la soluzione ideale, perché consentirebbe di tagliare fuori la strada quasi per intero; tuttavia la sua struttura, per le dimensioni a cui è ridotta in alcuni punti, per la pendenza del crinale a margine e la conseguente esposizione, per l’estrema frammentazione delle rocce in quel tratto e la franosità che ne deriva, benché riassettata molto di recente e ben marcata è da me considerata piuttosto pericolosa, e certamente non adatta a tutti. Pertanto la sconsiglio. Solo per chi se la sente, la descrizione della via per le Casere Chisalizza è nella scheda in fondo alla pagina.
Si prosegue dunque sulla strada fino a raggiungere la galleria naturale, subito dopo aver ripassato il Torre. Appena prima di entrare in galleria, sulla destra, un passaggio in ghiaia (39) consente di accedere al relitto della vecchia strada, ora adibito al palestra di roccia (Palestra “Da lis Feminis”). Si esce di nuovo sulla strada alla fine della galleria (40), si va a destra e si procede, superando l’incrocio per Musi (41), fino al primo tornante a destra (42). Lì si entra a sinistra, andando ad attraversare il greto quasi sempre asciutto del torrente Mea (la traccia – è una strada vera – è evidente). Non appena risaliti dall’altra parte (43) si va a destra, per una pista in cui si riconosce l’impostazione di una strada. Ad un certo punto la strada gira decisamente a sinistra, incontrando quindi un suo ramo tenuto molto meglio che proviene da sinistra, e che punta verso destra come sentiero “(E)” (44). Questo sentiero è detto anche “Percorso circolare Alta Valle del Torre”, ed è marcato con blandi ma sufficientemente numerosi segnali rossi (e talora rossi e gialli) e con meno numerosi ma più consistenti paletti in legno con freccia.
Si attraversa uno strettissimo rio (pare quasi un fosso bianco) e si continua diritti. Il sentiero arriva fino alla sponda, in quel punto alta, del torrente, e piega verso sinistra, seguendola; poi se ne scosta, fino ad incontrare un altro ramo del sentiero E, che proviene da sinistra (45); si prosegue andando a destra. Il sentiero, sufficientemente marcato, si butta in un altro ramo del greto, per risalire sull’altra sponda, meno ripida di quanto paia al primo sguardo (46). Si percorre il pianoro secondo logica fino a un albero isolato con un tavolino sotto (47); proprio lì il sentiero segnalato piega a 90° a sinistra, lasciando la strada bassa e salendo per una stradina erbosa. Dopo 300 metri si incontra un’altra stradina (o quello che ne resta, visto che è bloccata con una fila di sassi), che viene da sinistra (48), e la si prende a destra, fino ad arrivare a degli alberi (49).
La strada finisce lì; il sentiero, sempre marcato, inizia a salire verso sinistra, e lo fa per 250 metri, fino ad un bivio (50); si va a destra, si guada un altro rio (l’unico dove ho trovato un po’ d’acqua, ma proprio un filo), e si scende dall’altro lato; quando si passa accanto alla casera Tanatcason (51), il percorso ridiventa strada, e scende fino al greto principale (52). Non si attraversa, ma si gira a sinistra a gomito, proprio sul margine del greto, e si segue la non difficile traccia; ad un certo punto questa punta in diagonale a sinistra (53), allontanandosi dal greto stesso, supera una doppia gobba, e termina su un’altra strada bianca (54). Si va a sinistra e si sale fino alle casere Trepetnica (55); qui il segnale pare mandare verso l’alto, oltre la casera (ed è così: c’è un tratto nuovo di sentiero); il percorso migliore, però, è quello che si prende andando a destra. Rapidamente si arriva all’ennesimo guado, superato il quale si prosegue tenendo sempre la direzione più diritta, finché si incontra di nuovo il sentiero circolare, che arriva da sinistra (56); si va a destra, su un percorso che torna ad avere l’aspetto della stradina, e si arriva nel piazzale di un locale, in località Sriegnibosch (57), dove segnalo una graziosa cappelletta dedicata a Sant’Anna.
Il sentiero per l’ormai vicino Pian dei Ciclamini continua diritto, chiaramente segnalato dalla solita freccia in legno. Si arriva innanzitutto ad un guado, l’ultimo di questo pomeriggio sulla ghiaia, e anche il meno chiaro nei segni di attraversamento (58): ce ne sono alcuni, non molto evidenti, al centro del greto, ma il percorso bisogna inventarselo; suggerisco, una volta arrivati sulla sponda, di andare per qualche decina di metri a sinistra, dove il salto è minimo, e poi di tagliare in diagonale a destra, verso i segni; arrivati dall’altra parte, si segue la sponda verso valle per un centinaio di metri, fino a ritrovare i paletti, che fanno svoltare nuovamente a sinistra, nel bosco (59).
C’è poi una brevissima arrampicata per superare un improvviso dislivello; quindi si passa accanto ad alcuni recinti (l’impressione che ho avuto è che fossero tutt’altro che saldi) dove ho visto vari tipi di animali; infine si arriva ad una staccionata (60), che bisogna aggirare andando a sinistra. Ma la foresteria del Parco (61) è a pochi passi.
Lunghezza: 22,5 km Dislivello della tappa: salite per circa 890 m; discese per circa 880 m.
Il mattino dopo si raggiungerà il Passo Tanamea, e quindi il percorso principale, utilizzando le piste da sci di fondo nel seguente modo.
Raggiunta la regionale (62), la si attraversa e si prende la strada forestale di fronte; la strada si biforca subito: prendere quella di sinistra, che corre più vicina alla strada. Si arriva ad un primo incrocio (63), e si va diritti, attraversando il greto di un largo rio; arrivati al successivo incrocio (64), si va ancora dritti. Il terzo incrocio (65) è più complicato (5 strade); per proseguire bisogna prendere quella avanti a destra (“a ore 14”). Avanti così per quasi un chilometro e mezzo, mentre l’altra pista corre parallela, poco più in alto (e ancora più in alto, ma vicina, corre la regionale). Ad un certo punto (66) la pista comincia a percorrere il greto del torrente, e poco più avanti viene attraversata perpendicolarmente dall’altra pista (67); si va a destra, percorrendo questo ramo fino ad incontrare una biforcazione (68), dove si va a sinistra (è la migliore) fino ad arrivare all’incrocio (4). Si svolta a sinistra, in discesa, e si procede tenendo sempre la direzione “più diritta”, per arrivare infine alla regionale e al passo (8).
Cinquecento metri dopo il doppio tornante, dunque, si sale a destra per una mulattiera (38). Tranne il tratto finale l’ascesa è leggera, e il tracciato riassettato molto di recente e ben marcato; tuttavia in tutta la parte centrale la larghezza del percorso è a tratti molto ridotta, mentre la pendenza del crinale a margine è piuttosto accentuata; inoltre la roccia della zona tende a sgretolarsi; pertanto: attenzione!
La mulattiera termina su una strada bianca (a); dato che siamo in alto, non sprechiamo la quota raggiunta e andiamo a destra. Certo, si salirà ancora (fino a 900 metri circa), ma non è né faticoso né spiacevole. La strada non darà adito a molti dubbi; tre soli gli incroci da segnalare. Al primo (c) si tiene la destra, il secondo (d) porta alle Casere Chisalizza, e si girerà a sinistra; il terzo si incontra su un tornante, quando ormai la discesa è iniziata da un pezzo (e) e si va a destra. Quando si ritorna sulla strada (f), invece di andare a destra sull’asfalto si attraversa diritti, si attraversa il greto del torrente e si giunge il località Sriegnibosch (57). Ormai i due percorsi si sono ricongiunti.
Subito prima della trattoria si prende un largo sentiero a destra (c’è anche una freccia indicatrice in legno). Per il prosieguo si veda la descrizione già fatta pochi paragrafi più su.
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